Approccio clinico integrato

Un intervento clinico può essere arricchito dall’utilizzo integrato e personalizzato di vari modelli e prassi eterogenee, al fine di realizzare percorsi multidimensionali più efficaci.

Storicamente la psicoterapia è stata per decenni caratterizzata dalla competizione tra diversi orientamenti e teorie di riferimento, ciascuna delle quali affermava in modo rigido e assolutistico l’assoluta efficacia delle proprie metodologie, in contrapposizione alle altre. Solo nell’ultimo decennio le spinte competitive si sono attenuate, aprendo la strada a posizioni più morbide che riconoscono l’importanza di un’integrazione tra gli orientamenti nell’ottica di un arricchimento reciproco. Integrazione significa concettualizzare il caso clinico e pianificare il trattamento all’interno di un approccio multidimensionale e complementare. Un terapeuta ad approccio integrato, rimanendo nella cornice teorica del proprio orientamento (nel nostro caso ‘sistemico-relazionale’), assimila e combina in modo creativo visioni e tecniche eterogenee, mirando il trattamento alle differenti problematiche che un paziente può presentare. Si tratta, quindi, di un approccio fortemente personalizzato che può far ricorso e mettere a disposizione del paziente e del percorso clinico risorse di varia provenienza e origine disciplinare e metodologica.

Alcuni esempi di sguardi e tecniche integrabili nel percorso clinico.

 

Lo sguardo del simbolico e del metaforico
In psicoterapia è sempre possibile procedere attraverso metodologie che utilizzano codici diversi da quello linguistico. Dalla focalizzazione delle emozioni, all’analisi del linguaggio del corpo, della comunicazione non verbale, fino all’utilizzo di metafore: i linguaggi che gli essere umani utilizzano sono molteplici, come molteplici sono i registri e i repertori possibili; così anche in psicoterapia.
Tali metodologie tradizionalmente si rivolgono, ad esempio, a quei fenomeni psichici che risiedono al di fuori della coscienza e sono quindi vie di accesso ad una dimensione intima profonda (ad esempio, ciò che in un approccio psicodinamico è chiamato ‘inconscio’). Possiamo pensare, nello specifico, ai sogni che – al di là di una loro concettualizzazione di origine psicoanalitica – possono essere utilizzati in ambito clinico per il significato metaforico e simbolico a loro attribuibile.

 

Lo sguardo cognitivo-comportamentale
Quando al disagio del paziente si associano sintomi specifici, persistenti e altamente invalidanti, come ad esempio un disturbo d’ansia (pensiero ossessivo, attacchi di panico ripetuti nell’arco della giornata o della settimana, agorafobia che rende impossibile uscire di casa da soli etc.), può essere necessario un intervento preliminare sul sintomo, per ridurne gli effetti, prima di iniziare un percorso mirato ad indagarne le cause e le implicazioni intrapsichiche e relazionali.

Si lavora quindi sul presente in più direzioni:

  1. Per aiutare il paziente a comprendere il circolo vizioso nel quale è inserito, visualizzando la relazione tra situazioni stimolo che creano disagio e le reazioni emotive e comportamentali normalmente messe in atto dal paziente in tali circostanze.
  2. Per aiutare il paziente ad individuare e a correggere certi pensieri ricorrenti, modalità disfunzionali di interpretazione della realtà, schemi fissi di ragionamento associati alle emozioni negative, e a sostituirli con altri pensieri più realistici e più funzionali al benessere della persona (approccio cognitivo)
  3. Per proporre e insegnare al paziente tecniche per rilassare mente e corpo, fondamentali per apprendere nuove modalità di reazione a stimoli stressogeni (approccio comportamentale). In questo senso importante è l’integrazione di tecniche di rilassamento e visualizzazione.

Lo sguardo tra la mente e il corpo: tecniche di rilassamento e immaginative
È ormai dimostrato che la ‘mente’ costruisce la realtà e influenza la nostra vita; attraverso tecniche di rilassamento, visualizzazione e immaginazione si possono favorire vissuti positivi.

Negli ultimi decenni molte sono state le ricerche che hanno dimostrato l’impatto del nostro stato mentale sulla nostra vita, sulle emozioni, sullo stato di benessere o malessere.
In alcune situazioni particolari può essere molto efficace intervenire utilizzando protocolli di rilassamento e visualizzazioni guidate. Tutto lo spettro degli stati d’ansia, ma anche le condizioni lievi sul versante depressivo caratterizzate da scarsa motivazione, ritiro, scarsa fiducia in se stessi, insicurezza e quanto altro, sono disagi sui quali è possibile intervenire anche con questi metodi e queste tecniche.

Anche se esistono protocolli e procedure prestabilite nelle linee generali, è necessario che l’indicazione per integrare queste tecniche nel percorso clinico emerga dalla valutazione della singola situazione, e riceva l’accordo e la piena adesione del paziente.
Si tratta, in effetti, di un momento particolare e specifico che si può introdurre nella psicoterapia giovando di una relazione e alleanza terapeutica già ben installate: a partire, quindi, da una relazione di fiducia.

Gli studi delle neuroscienze e della neuro psicoimmunologia hanno dimostrato quanto la mente e le emozioni possano esercitare un’influenza sul nostro stato di benessere o malessere generale, fino a contribuire in maniera sostanziale alla manifestazione di un disagio specifico.
Con le tecniche di rilassamento e visualizzazione si possono costruire immagini e raggiungere stati non ordinari della coscienza che possano favorire la condizione di benessere e contribuire alla gestione di disagi specifici (come attacchi di panico, attacchi di ansia).

 

Gli obiettivi di queste tecniche sono:
influenzare il corpo per facilitare e favorire un equilibrio e un benessere generale;
accedere ad un mondo che sfugge l’organizzazione sensoriale della realtà.

Tutto ciò mirando a raggiungere effetti di tipo:
fisiologico (modificazioni a livello cardiovascolare, corticale, muscolare, del sistema immunitario)
comportamentale (condizioni di maggiore calma e tranquillità, gestione dello stress, maggiore attenzione e maggiore concentrazione, mobilitazione di risorse individuali e relazionali).

 

Ecco alcuni esempi.

Sogno da svegli guidato: è una tecnica che consente di accompagnare il paziente, attraverso il graduale rilassamento della mente e del corpo, in uno stadio intermedio tra lo stato di veglia e lo stato di sonno nel quale il soggetto ha la possibilità di contattare quella parte profonda di sé in cui si sono accumulati, a partire dalla nascita, emozioni, desideri, paure, angosce che rimangono fattori determinanti del suo comportamento. La fisiologia ha infatti dimostrato che durante l’attività verbale, nello stato di veglia, la corteccia cerebrale inibisce l’espressione di sentimenti ed emozioni percepiti come minacciosi o socialmente non adatti. L’abbassamento del tono corticale, liberando l’attività della zona subcorticale (sfera emotiva), consente l’espressione e l’elaborazione di quei vissuti che possono condizionare il soggetto a sua insaputa.

Tecniche di visualizzazione: sono tecniche che, attraverso la comunicazione metaforica e la suggestione ipnotica, facilitano il recupero da parte del soggetto di potenzialità e risorse interiori inutilizzate. Tali tecniche attivano prevalentemente l’emisfero cerebrale destro che, al contrario del sinistro (logico, concettuale, analitico e controllato), procede in modo intuitivo e sintetico, comunica prevalentemente attraverso le immagini e rappresenta la metà emozionale del cervello. Con l’emisfero destro siamo in grado di cogliere intuitivamente le reali intenzioni e gli stati d’animo altrui attraverso una lettura del non verbale che precede ogni riflessione e ragionamento logico e abbiamo la facoltà di percepire, ricordare ed agire sulla scorta di precedenti memorie ed esperienze, indipendentemente dall’ausilio dell’emisfero sinistro. Quest’ultimo, infatti, attraverso i percorsi della ragione a volte ci trae in inganno. L’obiettivo delle tecniche di visualizzazione è quello di sviluppare tali abilità per raggiungere un più stabile equilibrio socio-emotivo.

Protocolli di rilassamento con visualizzazioni specifiche: si tratta di protocolli che prevedono un percorso di allenamento al rilassamento e alla capacità di visualizzazione. Considerando il problema specifico del paziente, sarà possibile costruire ad hoc e in modo personalizzato un percorso base di acquisizione di capacità di rilassamento muscolare, gestione delle interferenze dei pensieri, visualizzazione di oggetti o luci. L’obiettivo è quello di favorire una maggiore consapevolezza e controllo delle proprie tensioni muscolari, del respiro, del battito cardiaco, delle sensazioni termiche corporee (tutti parametri implicati, ad esempio, negli stati d’ansia). Le visualizzazioni proposte (es. un paesaggio) sono orientate al rinforzo di uno stato di serenità e benessere personale, maggiore autostima e sicurezza personale, possibilità di pensare con maggiore ottimismo e fiducia.

 

 

LO SGUARDO DELLA CLINICA TRANSCULTURALE AD ISPIRAZIONE ETNOPSICHIATRICA (a cura di Michela Da Prato)

Selezione di citazioni dal seguente contributo: Da Prato M., Inglese S., Alderighi F., Casadei F., Cardamone G., Zorzetto S., Bracci F., “Elementi di etnopsichiatria. Sintesi condivisa per la promozione della salute mentale comunitaria in una società multiculturale”, in Di clinica in lingue. Migrazioni, psicopatologia, dispositivi di cura, realizzato da HARRAG – Gruppo di Ricerca per la Salute Mentale Multiculturale, Edizioni Colibrì, Paterno Dugnano, Milano, 2007.

“Consideriamo l’etnopsichiatria un sistema di intervento sul reticolo delle appartenenze (affiliazioni) dell’individuo ai gruppi sociali che ne generano le proprietà singolari e modali; un sistema intelligente, sensibile, mobile, dotato di un’intenzionalità che mira all’intreccio coerente di teorie e pratiche di cura e trasformazione della persona (sia quelle utilizzate dal professionista che dal paziente). Secondo questa concezione la persona può essere pensata soltanto in funzione delle appartenenze multiple ad organismi collettivi vitali che la sostanziano nella sua stessa identità e dimensione esistenziale; pertanto, l’individuo è affiliato, aggregato, inscritto in un gruppo connotato da matrici differenziali specifiche (linguistiche, culturali, psicologiche)” [p.157-158]

“L’etnopsichiatria clinica si occupa dei flussi che fabbricano uomini e donne in ogni parte del mondo anche per mezzo di architetture rituali complesse e sottili; delle intenzioni razionali soggiacenti a tali architetture; dei vincoli esistenti tra umani e non umani nel corso delle loro vicende in comune, oltre che delle fratture sempre imminenti in relazioni siffatte. Durante l’intervento clinico viene indagata la natura peculiare del paziente, contrastando i modelli nosologici che scansionano queste creature in categorie epidemiologiche costruite su base statistica. Quest’ultima operazione compie la saldatura del sintomo sulla persona che viene così separata dai propri simili e trasformata in oggetto subalterno alla sovranità degli esperti, deposto al di fuori del suo collettivo sociale (Nathan, Stengers, 1996). L’etnopsichiatria, invece, considera la persona sofferente come un collaboratore esperto da arruolare in una comune ricerca. Il tecnico clinico e sociale cooperano insieme a lui per scambiare visioni teoriche (spesso conflittuali) e per ingaggiare un contraddittorio pubblico a cui invitare l’intero mondo oggettuale del paziente. In questa pratica sono importanti non solo i sintomi, le sindromi e le strutture personologiche ma, soprattutto, l’azione dei prodotti distintivi della sua realtà culturale (lingue, ecologie sociali e familiari, regole matrimoniali e genealogie, testi sacri, orazioni e preghiere, tecniche e strumenti divinatori, concezioni nosologiche e cosmogonie). Appartenendo al proprio gruppo, il paziente calca la scena clinica come attore principale del dispositivo, come ricercatore aggiunto” [p.159].

“Interessandosi ai gruppi umani reali, lo sguardo etnopsichiatrico si rivolge alle appartenenze e agli oggetti concreti sui quali aderisce l’istanza di attaccamento culturale e psicologico, espressa da un individuo nei confronti del proprio collettivo” [p.160].

“Il dispositivo etnopsichiatrico considera la mediazione etnoclinica come perno intorno a cui far ruotare il riconoscimento delle affiliazioni che innervano l’organizzazione generale e specifica di ogni gruppo umano. Nel lavoro con individui, famiglie e popolazioni migranti la funzione di mediazione si misura con l’alterità culturale situando la lingua al centro di ogni possibile discorso trasformativo. (…) Immaginare un setting clinico nel quale il paziente venga invitato a usare la propria lingua matrice (o una di esse, quando la storia sociale del suo gruppo ne ha moltiplicato il numero; es., discendenze da parentalità multietnica, multinazionale o multilinguistica) determina un fenomeno della massima importanza: la presentificazione del gruppo e del mondo da cui proviene il paziente. Lo scambio in lingua originaria sprigiona un effetto di comprensibilità non solo nei confronti del locutore individuale ma del collettivo sociale di cui diventa il primo tenore. Al tempo stesso, questo protagonista accetta la condivisione (spesso conflittuale) della scena con un deuteragonista (mediatore culturale) il cui atto linguistico inaugurale (parlare l’identica lingua) crea il mondo del paziente. Questo mondo incomincia ad esistere anche per coloro i quali ne erano dapprima estranei ma che ora ne sono interessati. In un simile contesto operatorio il gruppo eterogeneo dei terapeuti si trova attivamente interposto tra il paziente e il suo mondo e si incarica di testimoniarne la dinamica nello spazio pubblico dell’attività clinica (comunque protetta dalle regole della deontologia professionale). Il gruppo terapeutico perturba gli impliciti della suddetta dinamica per trasformarne gli aspetti disfunzionali che si irradiano anche su quella istituita tra il paziente e il mondo adottivo sostanziando, in definitiva, il conflitto strutturale e permanente tra mondo originario e società d’adozione.

Tutto questo possiede un grado di complessità interattiva superiore a quello fondato sulla riduzione degli scarti comunicativi, provocati dalla barriera linguistica, che si potrebbe ottenere grazie alla semplice traduzione di significati da una lingua all’altra (concezione strumentale o funzionale dell’interpretariato). La mediazione etnoclinica non è, primariamente o esclusivamente, una facilitazione della comprensione dei discorsi pronunciati in una lingua straniera ma è il tentativo di conoscere come significati specifici vengono assegnati dalla macchina impersonale (cultura) che ha messo a punto l’individualità del paziente. La mediazione in lingua interviene sul modo in cui la traduzione viene operata da tutti i partecipanti al rapporto clinico (anche da quelli assenti e lontani). Essa non effettua solo una traduzione ma si occupa del modo stesso del tradurre da parte dei diversi attori del dispositivo” [p. 161-162].

“Per catturare nel dispositivo il mondo del paziente non basta installarvi come primo attrattore l’oggetto-lingua ma occorre rimontare i principali componenti materiali e immateriali (oggetti culturali) che consolidano l’universo del paziente in quanto sistema sociale organizzato secondo un ordine. A questo scopo, il mediatore deve attualizzare la prerogativa di alimentare il funzionamento del dispositivo apportando gli elementi indispensabili alla costruzione della risposta terapeutica. Tale opzione contiene implicazioni tecniche rilevanti: il paziente riconosce nel mediatore un secondo rappresentante del proprio vissuto originale insieme a cui viene accolto nel meccanismo d’interazione” [p. 163].

“Possiamo riconoscere (…) gli esiti principali dell’etnopsichiatria su almeno tre livelli provvisori:

  1. Critica degli apparati disciplinari storicamente consolidati (psichiatria, psicologia, psicoterapia) che si adoperano al trattamento dei migranti (azioni tecniche puntuali). Questa considerazione colpisce anche l’attuale organizzazione dei servizi sociosanitari (architettura di sistema) nonché i costrutti conoscitivi dei centri di sapere e consenso frequentati dalle comunità scientifiche o dalle corporazioni professionali.
  2. Ridefinizione della posizione dell’individuo sofferente e riconoscimento della sua forza, consistente nelle pressioni esercitate attraverso di lui dal suo stesso mondo che si affacciano e avanzano, interrogando e modificando non soltanto i dispositivi clinici ma una certa visione di sé, degli altri e del contesto ospitante.
  3. Individuazione del mediatore etnoclinico quale porta di accesso al superamento della diade clinica e al transito verso nuovi processi di negoziazione tecnica e culturale – postura di diplomazia clinica e politica entro uno scenario interattivo dove tutti i partecipanti sono interpellati e indotti a prendere posizione. Questa inclinazione permette, tra l’altro, di puntare al riequilibrio delle disparità di potere ancora esistenti quando l’incontro clinico perpetua l’asimmetria tra una parte forte (apoteosi del medico ed egemonia dell’istituzione; Deleuze, 1987) e una debole (paziente interdetto, cultura subalterna, saperi assoggettati; Foucault, 1968)” [p. 163-164].

“Possiamo adesso concludere affermando che la piattaforma di base della metodologia proposta prevede almeno quattro transiti:

  1. Dinamica dell’osservazione: qualunque intervento terapeutico (influenzante la trasformazione di un persona inclusa in un contesto sociale) deve discendere da un tipo di osservazione che impedisca di pensare il paziente in funzione di categorie precostituite, funzionanti come una sorta di a priori della relazione clinica che rimuove gli elementi specifici e originali effettivamente in gioco.
  2. Postura dell’osservatore: l’osservatore deve impegnarsi nel riesame critico dei modelli di funzionamento mentale adottati nella pratica clinica. Ciò richiede un lavoro approfondito di decostruzione delle categorie che hanno fissato il modo di concepire l’oggetto di studio, riscoprendo l’archeologia dei saperi (Foucault) che hanno “messo in forma” la realtà per mezzo di strumenti specifici.
  3. Analisi delle tecniche operatorie: la ricerca clinica dovrebbe dirigere la propria attenzione sulle azioni del terapeuta (opzione pragmatica) e non solo sulla presunta “essenza” del soggetto o sulla “sostanza” della patologia (opzione naturalistica). Occuparsi dei sistemi terapeutici (dispositivi pervasivi e sempre in funzione), degli oggetti attivi, delle logiche tecniche e di tutto quanto, in sintesi, contribuisce a costruire quello specifico individuo (fabbricazione culturale) è una “proposta razionale e, soprattutto, realmente materialista” (Nathan, 2001).
  4. Co-emergenza individuo-gruppo sociale e culturale: la scena clinica non è occupata dal solo paziente perché su di essa viene fatto comparire il suo gruppo insieme alle articolazioni strutturali e ai rappresentanti funzionali del suo sistema sociale. Questa moltiplicazione di soggettualità permette che l’insieme individuo-gruppo sia protagonista, collaboratore e valutatore critico delle teorie nonché delle azioni attualizzate nell’ambito delle scienze del comportamento. Una simile strategia di ricerca pratica sembra efficace per sottoporre a verifica scientifica la conoscenza applicata anche per mezzo di uno scambio incessante di ruoli tra ricercatori, esperti, destinatari e beneficiari dell’intervento clinico all’interno di uno spazio interattivo circolare.

Sull’estensione di questa mappa il lavoro clinico si misura con un’autentica sfida disciplinare e sociale, ben al di fuori del limite ristretto del cabinet per proiettarsi verso spazi vissuti più dilatati fino ad attraversare i mondi molteplici (multiverso) abitati dal genere umano” [p. 166-167].

 

Così delineato, l’intervento clinico ad ispirazione etnopsichiatrica si configura come un intervento altamente complesso e specializzato.

Ma è anche un intervento che deve essere caratterizzato da flessibilità e adattabilità, capace di essere calibrato in funzione non soltanto delle specifiche esigenze ma anche delle ‘possibilità’ reali. Un esempio eclatante interessa la figura del mediatore etnoclinico che, in molti contesti di lavoro, rimane una sponda ideale alla quale solo ispirarsi per far funzionare un dispositivo di mediazione e traduzione il più efficace possibile. È quindi di fondamentale importanza saper operare delle scelte consapevoli, guidare i processi clinici in modo cauto ma efficace, saper utilizzare al meglio le risorse presenti salvaguardando i soggetti coinvolti nella consultazione e calibrando l’intervento in funzione degli obiettivi realisticamente raggiungibili.

Tra i dispositivi clinici utilizzati inoltre il centro propone:

EMDR:

L’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing -Desensibilizzazione e Rielaborazione attraverso i Movimenti Oculari), un trattamento psicoterapeutico utilizzato per facilitare la risoluzione di un disagio emotivo legato ad esperienze di vita stressanti e traumatiche di varia entità.

L’EMDR si basa sul Modello dell’Elaborazione Adattiva dell’ Informazione (AIP) secondo il quale tutti gli esseri umani hanno un sistema fisiologico di elaborazione  dell’informazione per affrontare la moltitudine di elementi che caratterizzano le loro esperienze e una capacità di immagazzinare i relativi ricordi in una forma accessibile e funzionale. Il modello teorico EMDR ritiene che i vissuti traumatici e/o altamente stressanti possano essere memorizzate come ricordi in modo disfunzionale, a causa all’impatto emotivo al momento dell’esperienza. L’EMDR, come trattamento, ha lo scopo di supportare l’elaborazione di queste esperienze e consentire un processo di risoluzione adattiva. La dottoressa Francine Shapiro, psicologa statunitense che ha sviluppato la tecnica dell’EMDR, ritiene che tale metodo possa contribuire ad alleviare i sintomi di molti disturbi clinici attraverso l’elaborazione dei ricordi disturbanti di esperienze di vita che possono hanno contribuito allo sviluppo di tali traumi.

L’EMDR  utilizza i Movimenti Oculari attraverso una stimolazione bilaterale alternata per facilitare la desensibilizzazione e l’elaborazione di eventi traumatici disturbanti. Durante l’EMDR il terapeuta lavora assieme al paziente per identificare un problema specifico da utilizzare come focus del trattamento. La persona richiama alla mente la situazione o l’evento che crea disagio ( ciò che è stato visto, sentito, pensato..) e le attuale credenze o pensieri relativi a tale evento. Il terapeuta facilita il movimento direzionale degli occhi o utilizza altre modalità di stimolazione alternata, mentre la persona si concentra sul materiale disturbante,senza alcuno sforzo per controllarne il contenuto (immagini, suoni, odori, pensieri…).

ARTETERAPIA:

“Nell’atto di creare di ciascun individuo l’arte nutre l’anima, coinvolge le emozioni e libera lo spirito e questo può incoraggiare le persone a fare qualcosa specialmente perché vogliono farlo. L’arte può motivare tantissimo, perché ci si riappropria materialmente e simbolicamente del diritto di naturale di produrre un’impronta che nessun altro potrebbe lasciare e attraverso la quale esprimiamo la scintilla individuale della nostra umanità”                  

 (“Arteterapia in educazione e riabilitazione” Bernie Warren)

L’ Arteterapia, come dispositivo nella presa in cura della persona, utilizza l’arte in quanto mezzo che permette di  esprimere aspetti della sfera personale, dando forma alla comunicazione di percezioni, sentimenti e pensieri.  Si rende un utile strumento di crescita affettiva, relazionale, cognitiva che stabilisce un contatto con il mondo interiore.         L’Arteterapia si avvale di un insieme di tecniche artistiche visuali e non solo che diventano tramite di un processo terapeutico con il fine di permettere alla persona un recupero e una crescita dal punto di vista  emotivo, affettivo e relazionale. I materiali utilizzati sono il mezzo e il processo creativo, lo strumento che permette, attraverso l’espressione e la creazione, un movimento verso la consapevolezza e la trasformazione di aspetti personali vissuti come problematici. L’Arteterapia, come afferma Edith Kramer,  è considerata un mezzo di sostegno dell’ Io  e dell’ espressione del sé in grado di favorire un senso di identità e promuovere una generale maturazione e integrazione. L’attenzione che si presta al processo artistico non prevede un giudizio o un’interpretazione sul prodotto finito, ma una chiave di lettura per capire il mondo della persona. Attraverso l’espressione facilitata da una sessione di arte terapia è possibile incrementare la consapevolezza di sé, fronteggiare situazioni di difficoltà e stress, esperienze traumatiche, migliorare le abilità cognitive e godere del piacere che la creatività artistica porta.

È un intervento che tende ad attivare diverse modalità di comunicazione in grado di aumentare l’ autostima e la possibilità di percepirsi come individuo capace di fare ed esprimersi in un contesto di relazione di gruppo. 

Perché l’arte:  l’arte è per sua natura sensoriale e corporea e coinvolge emozioni e processi cognitivi che attraverso i linguaggi creativi e i processi di simbolizzazione trovano espressione dando forma all’esperienza.                                                                                         L’esperienza è carica di profondi contenuti interni e l’arte diventa uno stimolo per una presa di coscienza individuale. 

I canali sensoriali sono le prime vie per stimolare l’apprendimento e per comprendere le rappresentazioni interne del mondo e degli individui e sostenere il processo di trasformazione. Con l’esperienza artistica si legano la gestualità, l’espressività, l’immaginazione, l’emozione attraverso una forma di espressione diretta. L’arte permette di “vedere” e “comunicare” più delle parole, si tratta di una forma densa di significato intrinseco, percepita emotivamente; narra le emozioni, le idee, i sentimenti, i sogni, le aspirazioni. L’arte in questo modo diventa un mezzo di comprensione e attribuzione di senso.

 

Contattaci per mail o per telefono se cerchi uno psicologo e uno psicoterapeuta a Lucca, se sei interessato ad avere notizie o prendere un appuntamento per una psicoterapia individuale, una psicoterapia di coppia o una terapia familiare.

Possiamo inoltre valutare insieme la necessità di percorsi specifici come la mediazione familiare o interventi che utilizzino un approccio etnopsicoterapeutico

Il Centro Thesis è disponibile a collaborare con colleghi o professionisti di altre discipline nella realizzazione di progetti o attività che richiedono un lavoro multidisciplinare e multi professionale.


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